La mia esperienza di tirocinio al Centro Antiviolenza Marie Anne Erize a Roma

Mi chiamo Sarah e sono un’allieva al 3° anno del corso triennale in “Yoga Danza e ARTcounseling” presso ADYCA asd”. Ho partecipato ad attività di tirocinio nel Centro Antiviolenza Marie Anne Erize, di Tor Bella Monaca a Roma, per un totale di 30 ore. Tempo suddivise in ore di osservazione e conoscenza delle dinamiche del Centro e ore di partecipazione ad incontri con ex utenti che avessero voluto raccontare le loro esperienze di violenza subita o agita.

Il nome del Centro è dedicato ad una donna, una ragazza, un’indossatrice, una desaparecida argentina.

Ritengo che la mia esperienza al Centro, sia stata molto significativa. Passando dall’ osservazione della sede, al contesto che la circonda, alle dinamiche che si presentano. Ho soprattutto notato l’atmosfera di questo luogo, che nonostante ospitasse storie di donne di vario genere, storie intrise di sofferenza e di tristezza, i muri sono decorati. I libri la fanno da contenitore e da cornice, come a racchiudere, le storie nelle storie. La sartoria solidale, cuce, e ricuce le vite, le vite delle donne che vogliono riprendersela questa vita, mettendoci la faccia, rimettendosi in gioco, per rientrare dignitosamente in Società.

Stefania Catallo, è la presidente del Centro Antiviolenza autofinanziato. Una counselor che si occupa di accompagnare le donne verso una nuova consapevolezza. La cosa fondamentale che ci spiega il primo giorno, è che non è semplice incontrare queste donne. Non è facile farle parlare, neanche se il gruppo è composto da poche persone, neanche se il gruppo è composto da persone che si stanno formando nell’ ascolto come figure operanti nella relazione d’ aiuto, nel counseling. I casi, ci spiega Stefania, sono molto delicati. Le donne che arrivano lì, sono disperate, trasandate, non sanno cosa fare, non sanno che futuro le aspetta, hanno paura. Il confronto le spaventa. A volte aggiunge Stefania, bisogna prestare molta attenzione, alcune manipolano, per ottenere magari il divorzio e gli alimenti dal marito.

Quello che ci viene proposto è di entrare per gradi, a piccoli passi, nel tema principale di questo Centro, ovvero pensare a cosa ci aspettiamo da questa esperienza. Inizio con lo spiegare che intanto, ho bisogno di capire meglio cosa sia la violenza, la violenza di genere. I media non dicono tutto, a volte deformano, romanzano. Ho bisogno di esplorare cosa significhi mettere i confini, poiché è probabile che la violenza tra uomo e donna o tra persone dello stesso sesso, accada perché l’Altro è riuscito ad invadere, senza rispetto, lo spazio altrui, di conseguenza la persona maltrattata non riesce a metterli questi confini, questi limiti, non riesce a dire adesso basta, con la voce e con il corpo. Ritengo che la violenza sia il non rispetto dei limiti, dei confini altrui. In questo modo le emozioni, i sentimenti si mescolano, diventano ambigui, non si capisce più cosa appartiene a chi. Soltanto poi riesco a comprendere che, un progetto ben delineato in queste situazioni, non può esserci. Non ci sono regole. O forse la regola è, che non ce ne sono. E’ tutto molto strada facendo. Molti sono gli imprevisti, la violenza non avvisa, arriva. Sono molto motivata. Voglio capire. Voglio ascoltare, anche se il progetto non mi è chiaro. Io accolgo e vado avanti.

L’ incontro con Marco, un ex maltrattante è stato molto interessante. La violenza è spesso raccontata da chi l’ha subita, e molto raramente da chi la ha agita. Resto stupita, con quanta consapevolezza, Marco riesca a condividere con noi, gruppo, la sua storia. Una storia vasta ed emotivamente forte. Marco ci dice che: “La violenza non ha sesso. La violenza è violenza.” La violenza nasce dalla dipendenza (shopping, alcool, sesso, droga, abusi…). La violenza è agita perché si ha paura dell’abbandono dell’Altro, si vuole farlo restare. Marco ha un’identità spezzettata. Molti lo chiamavano “l’acrobatico”, perché rubava nelle ville. Marco non sapeva più chi era, quando si entrava nella sua intimità in tutti i sensi. Marco provava, un gran dolore (era stato abusato da adolescente). Così, crescendo agiva violenza, per la paura di essere guardato dentro. Voleva in qualche modo coprire questo suo grande dolore. Spesso la violenza che si agisce, ci racconta Marco, è sintomo di una grande co-dipendenza. Ovvero, si sta con l’Altro, ma se l’altro prova ad andar via si agisce violenza, emerge la volontà di uccidere. Questo non è amore sano. In questo caso per “guarire” e tornare ad un amore sano è necessario “curare”, consapevolizzare i motivi genetici e famigliari, che portano a tali comportamenti. E’ necessario scavare nel dolore.
Conclude Marco: “la violenza sulle donne si combatte con uomini che sanno amare e mettersi alla pari.” Marco ora conduce dei gruppi di sostegno. Ha fatto molta strada, molti percorsi di crescita personale, per tornare a sé e aiutare altri maltrattanti o dipendenti a “guarire”. Ci vuole forza e motivazione. I suoi occhi si emozionano, ce la sta mettendo tutta. Ha avuto molto coraggio nel raccontarsi davanti a noi. Ho visto scene molto forti quando parlava, tuttavia ora capisco meglio la violenza nelle sue varie sfaccettature.

Lavorare con l’arte, ci spiega Stefania negli incontri successivi, in alcune circostanze non è possibile. Quello che è possibile fare è comprendere meglio, cosa sia il Centro. Il Centro che tenta di raccontare le storie delle utenti o ex utenti, attraverso, il teatro, le sfilate di moda con abiti da sposa, la narrativa, i corti…

Ho avuto il piacere di andare a vedere una sfilata di abiti da sposa, confezionati da Ex utenti “Le spose di Marianne”, presso UPTER, Palazzo Englefield. Una sfilata composta da uomini e da donne. La violenza di genere è di tutti. Non era solo una passerella. Non era solo un’andatura. Era un modo di essere. Quando potevo, incontravo i loro sguardi, emozionati ed intimiditi. Sorridenti e vittoriosi. Uomini e donne insieme. Uomini e donne insieme per metterci la faccia. E’ questa la vera cura!

Questa sera si parla di moda, di amore, di bellezza, ma anche di un sogno che è diventato reale. Il sogno di un luogo dove le donne abusate potessero essere accolte e ascoltate, e dove le loro vite potessero essere ricucite, riparando gli strappi delle violenze e del dolore.
Tor Bella Monaca caput mundi a 100 mila chilometri da Bruxelles e 1000 miglia a sud di Roma. Tuttavia, nonostante il più alto numero di detenuti alla firma della Capitale, nonostante la percentuale altissima di disabilità, ci sono persone e realtà operose quanto quelle dei cosiddetti quartieri bene.
Non è l’Eden, ma un quartiere nato con un piano regolatore curato nei particolari: scuole, parchi, teatro.

E dove sono stati concentrati gli indesiderabili.
Non conosco l’autore di questo piano di occultamento sociale, però mi sembra di ritrovare la stessa dinamica in altri quartieri, come il Pigneto o San Lorenzo, dove lo spaccio, l’alcolismo e la microcriminalità sono ben visibili, e tollerati. Meglio lì che nel salotto buono di Roma, e pazienza se poi a farne le spese sono le persone oneste che ci abitano.
Non crediate che a Tor Bella Monaca, la violenza di genere sia la normalità: nel centro antiviolenza “Marie Anne Erize” che rappresento, molte donne vengono da altri quartieri, e si recano da noi perché sono spaventate dal fatto che possano essere riconosciute e giudicate. Qui, a Tor Bella Monaca, il numero delle richieste di aiuto é lo stesso che nelle altre parti di Roma; è la paura ad essere maggiore, perché denunciare significa uscire definitivamente di casa, a volte fuggire, portando con sé solo lo stretto necessario e i propri figli, con il terrore di essere scoperte e con l’incertezza del futuro. Nel centro antiviolenza “Marie Anne Erize” le pareti sono colorate, c’è musica e ci sono stoffe e macchine per cucire che ricuciono vite. E’ necessario andare oltre il classico centro antiviolenza, creare cultura e formazione, perché solo attraverso di esse ci si può salvare. E il Marie Anne Erize dimostra che questo è possibile, attraverso la biblioteca, riconosciuta dallo Stato, attraverso la sartoria solidale, creata grazie alla generosità e alla fiducia della Fondazione UP, attraverso i piccoli e grandi traguardi raggiunti negli anni.

Ecco, è proprio per questo che il centro antiviolenza tradizionale va superato e integrato, attraverso l’accesso alla cultura e alla formazione lavorativa. E’ su questo che ci siamo impegnati finora, perché la paura si sconfigge con la consapevolezza del proprio valore, concedendosi la libertà di chiudersi definitivamente alle spalle quella porta che sembrava insuperabile. E’ importante allo stesso modo formare le giovani generazioni al rifiuto di questa forma di violenza, attraverso l’educazione scolastica. A questo scopo, abbiamo lanciato lo scorso gennaio la campagna “Io ci metto la faccia”, inaugurata al liceo scientifico “Edoardo Amaldi” di Tor Bella Monaca. Alla presentazione del progetto, ha voluto fortemente partecipare un maltrattante, ossia un uomo che per anni ha agito violenza contro le sue compagne. Marco, si chiama così, attraverso un lungo percorso, certo molto doloroso, è riuscito a cambiare. E ci mette la faccia, raccontando la sua vicenda senza risparmiarsi, e in qualsiasi luogo ove ci sia chi è disposto ad ascoltarlo. Allora, noi diciamo di si agli uomini che vogliono affiancarci e aiutarci, perché non si devono erigere mura, bensì trovare aperture e collaborazioni. Mi duole però constatare che in alcuni casi, la lotta alla violenza di genere è diventata solo un grande business, attraverso il quale accedere ai fondi europei e statali, senza portare avanti nulla di concreto o di innovativo. Mi chiedo come mai allora, sia possibile per noi, a Tor Bella Monaca, creare cultura e formazione senza avere mai avuto un euro di fondi pubblici. In pratica, offrendo lo stesso servizio a costo zero. Certa politica, o meglio pseudopolitica, ha provato fastidio di questo, e sta tentando fortemente di distruggere il nostro progetto sociale con gli atti e le insinuazioni. Che si accomodino, abbiamo risposto. Questa approssimazione demagogica ha i giorni contati, abbiamo bisogno di persone preparate e capaci, che siano in grado di agire e anche di ascoltare.

Le richieste delle nostre utenti sono, in genere, sempre le stesse; ci chiedono protezione, sicurezza, lavoro, ascolto, accoglienza. La legge ha fatto molto per proteggere queste donne e punire i reati inquadrati nella violenza di genere, tuttavia non è ancora abbastanza.
Stasera siamo qui a dimostrare e mostrare come è vero che la bellezza può cambiare il mondo. Vi offriamo questo spettacolo, dove donne e uomini sfileranno contro la violenza, qualsiasi violenza. E dove, chi sta dietro le quinte, occupandosi di orli e misure, senza volersi mostrare, sarà invece padrone della scena, dimostrando attraverso il lavoro, che si può uscirne, sempre.

Lettura di Giuseppe Laudisa.

Ho avuto il piacere di andare a teatro a vedere la trasposizione del libro di Stefania Catallo, “Le Marocchinate”. 3 Donne, la guerra, la violenza. 3 donne che sperano nella fine della Guerra. Una guerra fatta di orrore e violenze. 3 Donne che sono unite dal vincolo della famiglia: madre, figlia e zia. Sono in attesa del ritorno del padre: marito, fratello e della fine degli orrori. All’ improvviso l’orrore più grande, gli uomini con il tubante, stanno arrivando. Loro unite si sentono al sicuro nella piccola casa. Hanno vino e pane, per sopravvivere. Credono nella vittoria nella Liberazione. Ma invece gli uomini con il turbante sono lì, quatti quatti…Cosa vogliono da loro. Cosa…
3 donne doppiamente tradite, dalla Liberazione e dalla violenza degli uomini.
3 donne che nonostante tutto non smisero di lottare, una dura battaglia contro il tempo. Esse porteranno per sempre quest orrore nei loro corpi martoriati.

Esse saranno il simbolo della violenza più grande avvenuta nel silenzio. Nei ricordi solo lacrime e grida per sopravvivere.
Ciociaria 1944.

E’ stato per me toccante sabato sera, assistere a questa rappresentazione teatrale. Ringrazio Stefania Catallo, per avermela fatta conoscere.
E’ stato toccante ascoltare le tre attrici recitare. Non sembrava stessero recitando anzi. Sentivo il loro dolore. Sentivo la loro sofferenza. Mi sono commossa quando Elda la madre di Lina legge la lettera del padre alla figlia. La sorella di Elda, Rosa, zia di Lina, voleva portare protezione e allegria. Era presente, non avrebbe lasciato la sua terra.

Quando le 3 donne elencano le vittime, mi sento osservata quasi coinvolta. Il pubblico era un tutt’uno con loro. Dovevamo sapere. Si doveva sapere! Abbiamo saputo!
A tutte le donne resilienti che con coraggio e determinazione sanno riprendersi la loro vita. A tutte le donne contadine della loro vita perché rimboccandosi le maniche sanno accogliere e seminare nuovamente

Ho avuto il piacere di conoscere ed interagire con Ivan Mattei, regista del corto “Marianne”. Mi è piaciuto molto il mescolio delle voci: uomo che parla con voce di donna e vice versa. Mi è piaciuta molto una frase del maltrattante del corto, che mi ha risuonato: “Ora mi sfogo aiutando le altre donne.” Mi piace la storia di Fernando avvocato maltrattante, che dopo aver sentito la storia del suo cliente che ha ucciso la moglie, ha il coraggio di separarsi dalla sua di moglie, si pente e va a farsi curare,
Un corto molto coinvolgente, di poco più di 7 minuti. Due personaggi (uomo, donna) più 1, Marianne, la sua storia, assente nel video, ma pur sempre presente. Il rispetto per Ivan Mattei è tutto. Questo corto è pieno di spunti su cui si potrebbe lavorare in Artcounseling: le immagini, sfuocate apposta, o a metà, i colori. Il linguaggio del corpo dei personaggi. Le loro voci. L’ assenza/presenza del terzo personaggio, Marianne, che incuriosisce. La musica. Tutto molto significativo. Un corto che tiene sulle spine per tutta la durata.

Così concludo la mia esperienza, su come terrei un eventuale colloquio di (Art)counseling con una donna maltrattata.

Ascolterei l’utente. La osserverei gentilmente in tutti i suoi movimenti. Il corpo è molto importante, dice molto più di mille parole. Poiché lo sappiamo bene, all’inizio l’utente mente sempre. Guarderei i suoi occhi, se si lasciasse guardare. Osserverei le sue mani, i suoi gesti. Cercherei di comprendere se fosse più testa (razionale) o più corpo (emotiva). La porterei a parlare di sé e la porterei a prendere qualche respiro, facendole chiudere gli occhi, narrandole una fantasia guidata. Le farei depositare la sua esperienza facendola muovere. Poiché intuirei che ha bisogno di scaricare e di muovere il suo corpo. Poiché intuirei che avrebbe bisogno di sbloccare il corpo, che avrebbe bisogno di tornarne a sé più consapevole di prima e prendersi cura di se stessa. Poiché avrebbe bisogno di guardarsi e di vedersi, per tornare ad amarsi, per tornare a fidarsi di lei, perdonandosi e donandosi. Poiché avrebbe bisogno di ricucire con un filo sottile l’abito della sua vita. Un nuovo matrimonio tra sé e sé. Così, dietro a quello specchio di Alice ci sarebbe una nuova lei. Più forte e più bella di prima. Così da pro-muoversi, ovvero muoversi nuovamente verso l’Altro. Infondo mi viene da dire che la donna che non si ama e che non si rispetta si fa auto-violenza.

Un’ esperienza, questa, nel Centro Antiviolenza Marie Anne Erize di Tor Bella Monaca, che mi ha permesso di capire che al momento non sono ancora pronta per poter sperimentare un lavoro futuro in questo settore. Ho ancora la necessità di un metodo, di linee guida. Ho ancora bisogno di sperimentarmi in colloqui di counseling dove io non resti troppo spiazzata da emozioni ambigue e da resistenze troppo forti. Ho bisogno ancora di capire in quale area, in quale settore, io possa portare supporto e aiuto congruente, coerente con la mia persona di oggi. Nulla mi vieterà in futuro e con maggiore esperienza di tornare a sperimentarmi in un Centro Antiviolenza. Infondo il tirocinio serve a capire e serve a vedere per cosa siamo portati no? E poi quello che conta davvero, è l’esperienza!

Violenza non è solo uccidere un altro. E’ violenza anche quando usiamo parole mordaci, quando facciamo un gesto per scostare una persona, quando obbediamo per paura. Violenza non è solo strage organizzata in nome di Dio, della società o della patria. La violenza è molto più sottile, molto più profonda. (Jiddu Krishnamurti)

Upter alla biblioteca Marie Anne Erize VIA AMICO ASPERTINI 393 ROME

 

Sarah ❤

 

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