Il Dono della Terapia – Irvin D. Yalom

Sono un’Art-Counselor in formazione, al terzo anno e anche se per la gran parte del testo Yalom tratta delle sue esperienze come psicoterapeuta, ammetto di aver assorbito molte delle sue pillole di saggezza che, spiegano come affrontare una “terapia utile e funzionale con il “paziente”. Sono inoltre una paziente di uno psicoterapeuta e quanto affermato dall’ autore, lo spiegherò più avanti, si lega perfettamente al mio percorso personale.

Il capitolo che a mio parere, riassume tutto il libro, è l’ultimo. Mi ha risuonato molto, mi ha commosso. Un paio di lacrime sono scivolate.

Mi piace quando l’autore afferma: che “lo psicoterapeuta attivo evolve sempre. Approfondisce continuamente la conoscenza di sé e la consapevolezza.” E ancora mi piace quando aggiunge, che: “non è possibile chiedere ad un paziente di focalizzarsi sul modo di relazionarsi personale, senza esaminare i nostri modi di relazionarci.”

Infine, l’espressione che mi ha toccato il cuore, è quando Yalom ha affermato che lo psicoterapeuta è un depositario di segreti, è la levatrice che vede rinascere il proprio paziente che lascia i suoi vecchi schemi, le sue convinzioni.

Da counselor in formazione, posso dar seguito a ciò che potrei utilizzare come pillola ereditata dall’ autore, negli incontri con i miei clienti:

–         Gli incontri dovrebbero basarsi sulla relazione e non sulla teoria. Poiché è nel Qui e Ora che si determinano le problematiche relazionali ed interpersonali del cliente. Molti i dati a cui fare attenzione con l’ascolto attivo.

–         E’ necessario trovare il proprio stile, la propria voce interiore.

–         Operatore e cliente sono compagni di viaggio.

–         E’ importante rimandare all’ Altro i suoi miglioramenti.

–         L’ empatia è ingrediente fondamentale, come guardare dal finestrino del cliente.

–         Lo svelamento e il potenziale errore dell’operatore aprono la porta alla fiducia che potrà nutrire il cliente verso chi lo guida.

–         Gli incontri dovrebbero seguire il flusso, la spontaneità ed essere il meno possibile programmati.

–         Il cliente come opportunità di apprendimento per l’operatore.

–         Di fondamentale importanza è ascoltare i sentimenti per capire se durante la seduta l’operatore abbia delle risonanze da andare a vedere con il proprio operatore personale. I sentimenti sono dati molto preziosi.

–         Se il cliente annoia, o non lo si segue, rimandargli piuttosto il sentire: “la sento lontano.” In questo modo egli non si offenderà, poiché il sentimento parte da chi lo esprime. Lo svelamento emotivo e anche aneddotico è sintomo di autenticità. Questo non fa sentire il cliente solo con le sue difficoltà, anzi accresce l’alleanza operativa e l’affidabilità.

–         Rendere il cliente sempre più consapevole e responsabile della propria sofferenza. Pertanto evitare di prendere decisioni al posto del cliente.

–         Incoraggiarlo a dare voce alle sue emozioni. Per esempio: “Se le sue lacrime potessero parlare, cosa direbbero?”

Una pillola che voglio portare sempre con me e che con franchezza, in gran parte già lo è, sta nel pensare e credere che la “psicoterapia” o gli incontri di counseling siano la prova generale per la vita. In una zona protetta si possono fare molte prove. Si può essere come si è, per poi portare il tutto fuori nel mondo.

Ci tengo molto a queste figure professionali che si occupano della relazione di aiuto. Che sia il counselor o lo psicoterapeuta, per me non ha importanza. Da testimone posso affermare che essere stata prima cliente e poi paziente, mi ha aiutata. Il counseling è l’anticamera della psicoterapia, permette di entrare nel proprio mondo piano piano, in punta di piedi, forse proprio come me.

Concludo dicendo che, siamo Esseri Umani, che tutti abbiamo bisogno di essere aiutati, in un modo o nell’ altro a seconda dei propri bisogni. Ognuno poi ha una storia, sta a noi da bravi professionisti, capire come saperla accogliere:

Accogliere una storia è fare una storia!”

Erickson

Tutto è comunque un dono, un’ opportunità….

Sarah.

6 pensieri su “Il Dono della Terapia – Irvin D. Yalom

  1. In tanti anni di frequebtazione in forum di psicologia ho conosciuto pazienti scontenti, delusi e insoddisfatti ( come me del resto) della psicoterapia. Al punto che se gli dici di andare di nuovo da uno psicologo ti prendono a parolacce. Come si spiega questo fallimento?
    Infatti in tanti anni ho anche parlato con giovani psicologi che affermano di non trovare pazienti o di perderli subito.
    I punti che tu hai elencato sono basilari e importantissimi ma credo che siano messi poco in oratica.
    In tanti anni di frequentazione universitaria ho conosciuto persone che studiavano psicologia solo per curare se stessi e capirsi. Non sara mica questo il nocciolo del disastro?

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    1. Ciao Amleta e grazie del tuo contributo. I pazienti scontenti, delusi, e insoddisfatti dici. Da cose e per cosa? Che motivazione avevano ad andare dal professionista? Quali erano le loro aspettative? Cosa intendi per fallimento? Di cosa della psicologia? I giovani psicologi, cosa li porta a studiare psicologia? Cosa pensano di ricavarne? Il fatto di studiare per curare se stessi è un buono stimolo. Quello che è necessario fare poi, è sperimentare, non demordere, avere tanta motivazione interna, fare tirocinio. Infine è bene stare ed accogliere le frustrazioni, la rabbia e il dolore. Stare nel flusso del processo. Ci vuole tempo. Sia per chi fa la terapia da paziente, sia per chi rappresenta il professionista. Dipende dall’ obiettivo, dalla passione e dalla motivazione 😉 Non a caso la terapia e il counseling sono processi della relazione d’ aiuto. Rifletterei quindi su cosa sia per te, per loro la relazione e l’ aiuto. Resta in ascolto. Che ne pensi?

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  2. Queste persone avevano i disturbi più diversi, dalla depressione sl Doc, dalle fobie ai disturbi di personalità, dagli autolesionisti ai borderline. Ovviamente non sono avevano quelle patologie ma anche situazioni economiche e familiari a volte pessime. Quelli che facevano sedute al Csm erano lo stesso scontenti di quelli che facevano sedute private. Ma tutti erano insoddisfatti. Molti dicevano che mancava l’empatia, che al dottore non gliene fregava di loro, che pensavano solo ai guadagni. Altri dicevano di non aver ricevuto nessun consiglio pratico su come affrontare le situazioni di ogni giorno, anche piccole cose, che per loro erano importanti. Cpmunque con chiunque parlassi tutti avevano un ricordo pessimo della terapia.
    Io personalmente non ho trovato nessuna differenza tra i tirocinanti del Csm e lo psicologo privato. Se io sono un investigatore della psiche dovrei investigare e non fare la statua muta. A volte a me sembrava di stare da sola in quella stanza, sensazione molto sgradevole.
    Gli psicologi invece si lamentavano di aver dovuto ricorrere a Skype per poter fare qualche consulenza e avere qualche straccio di paziente. Dicevano che la Psicologia non è valutata come la Medicina e che non trovavano lavoro. Gli psicologi dovrebvero essere presenti in ogni istituto dcolastico e anche nelle aziende ma nessuno spende soldi per avere quel tipo di aiuto. Molta gente non crede proprio nella Psicologia, pensano sia “aria fritta” e quindi hanno la convinzione di poter guarire da soli. Alcuni hanno il rifiuto dei farmaci. Altri non hanno il supporto familiare e quindi magari non possono pagarsi le sedute e peggiorano perchè sono obbligati a vivere con delle famiglie disfunzionali.
    Alcune persone preferiscono un guru qualsiasi piuttosto che uno psicologo. E altri vanno dai life coach perchè dicono diano consigli più fattibili.

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    1. Ciao Amleta, io penso sia questo il punto: i pazienti vogliono consigli e soluzioni ai loro problemi. Tuttavia i terapeuti non ne danno. In teoria dovrebbero fare domande e far parlare il paziente. Dipende poi da chi il paziente cerca di consultare. Uno psicologo fa diagnosi. Uno psicoterapeuta fa sedute lunghe o brevi a seconda del disagio del paziente. Gli psichiatri che sono medici possono scegliere di aggiungere alla terapia farmaci. Insomma i pazienti che hanno necessità di supporto, dovrebbero responsabilmente scegliere l’ operatore. Uno psicanalista per esempio parla molto poco, e scrive appunti. Bisogna valutare insieme all’ operatore di cosa il paziente ha bisogno. Pensare da paziente di delegare la responsabilità al terapeuta è disfunzionale. Il lavoro, il gran lavoro, che è un processo, è tenuto a farlo, il paziente. Gli psicologi che si lamentano, possono fare gavetta in molte associazioni o luoghi di sofferenza, basterebbe cercare. I pazienti che non hanno soldi possono usufruire di centri d’ ascolto, di centri e associazioni che fanno pacchetti a basso costo per iniziare. C’ è molto volontariato (anche in chiesa ci sono centri d’ ascolto). Bisogna cercare, bisogna investire su di sé. L’ empatia è una risorsa rara oggi e non tutti la sviluppano, perché non la praticano neanche con se stessi. Insomma ci vuole pazienza, tempo, motivazione. E i soldi, si possono mettere da parte evitando di comprare cose futili. O come ho detto prima informandosi su luoghi volontaristici. I coach lavorano su domande, sul qui e ora e su obiettivi a breve termine, chi ha una patologia non può pensare di consultarli. La vita è un’ esperienza, un’ investimento. Da dove si parte? Dal capire cosa si vuole veramente. E operatori validi sono disposti a chiarire loro le idee. Bisogna cercare. 😉 A ognuno la propria respons-abilità.

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  3. Se una persona che sente n malessere dentro di sè va da uno psicologo o da uno psicoterapeuta e dopo mesi o anni di terapia non ha risolto nulla è chiaro che si lamenterà.
    Qual’è lo scopo della Psucologia? Indagare la psiche e basta? Manca l’azione appunto.
    Se io vado da un dottore col mal di pancia egli mi fa fare delle analisi e dopo mi dà i farmaci necessari ed io vedrò se il mal di pancia mi passa o no. Se non mi passa andrò da uno specialista per scoprire cosa può esserci che l’altro medico non ha visto o potuto rusolvere.
    È vero, alcuni pazienti hanno bisogno solo di dialogare o di rispondere a certe domande.
    Ma i pazienti, lo dico per esperienza, non sanno neanche la differenza tra psicoterapeuta e psichiatra e counselor ecc…
    Tutte le volte che sono stata nei forum ho dovuto mettere link per evidenziare la differebza, che io stessa all’inizio non sapevo ma mi sono documentata.
    Ma la maggior parte delle persone non ha proprio idea di quale possa essere il dottore più adeguato per il suo malessere. E come può sceglierlo se non sa di cosa soffre?
    Esistono le pagine blu ma se uno psicologo è sistemico o comportamentale questo sl paziente non dice nulla.
    Così come il medico di famiglia indirizza verso uno specialista piuttosto che un altro dovrebbe esserci una figura intermediaria tra paziente e psilogi o psichiatri.
    Il motivo è che se una persona sta male ed è confusa e non sa cosa gli succede può scegliere un dottore che non sarà di nessun aiuto.
    Lei dice che esistono consultori e centri d’ascolto in chiesa, ma le posso assicurare che a volte nemmeno i centri antiviolenza funzionano come dovrebbero. Purtroppo c’è anche una netta differenza tra chi vive in paese e chi vive in città. Nei paesi è dura trovare strutture adeguate a certi bisogni e a volte appunto il personale non è qualificato e dunque un paziente diventa ancora più disperato e si chiude sempre di più.
    Inoltre quando una persona sta male già fatica a spostarsi o stare cogli altri, figuriamoci mettersi a cercare tutte le risorse possibili del territorio. Lei forse non immagina quanti ragazzi perdono anche la voglia di alzarsi dal letto la mattina.
    Io ho il mio migliore amico che è un genio autistico. Ebbene, per la mancanza di strutture adeguate agli adulti e il personale psichiatrico non qualificato e per dover vivere in un paese carente di tutto questo, egli ha perso del tutto la voglia di cercare o parlare con altre persone. È comprensibile quando nessuno dà un aiuto concreto e valido a delle difficoltà non solo psicologiche ma anche pratiche. Poi quando ci scappa il morto ecco che tutti dicono cosa si poteva o non poteva fare. Intanto una persona in difficoltà che chiede aiuto e non lo riceve cosa potrà pensare di quel servizio o di quel professionista?
    A cosa serve la Psicologia? A parlare dentro una stanza? A sentirsi fare domande o diagnosi. Va bene. E dopo? Lo scopo? L’individuo che esce da una seduta come sta? Molti dottori questo se lo chiedono? Ci sono moltissimi testi scritti da psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Ma solo sparuti testi di qualche paziente che racconta la propria esperienza di sedute. Nei programmi universitari sono presenti solo testi che spiegano questo o quel metodo e riportano casi. Ma la voce dei pazienti che non sono riusciti a uscire dal proprio malessere credo che sia una testimonianza importante, un cardine che viene trascurato. E viene trascurato proprio da chi dovrebbe aiutarli. Se la Psicologia non serve a dare aiuto psicologico allora hanno ragione tutti quelli che non lo hanno ricevuto pensando invece che fosse questa la sua funzione.

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    1. Buongiorno Amleta, capisco molto bene cosa intende dire con tutte queste sue domande e dubbi in merito alla psicologia. E le posso assicurare, dalla mia esperienza di vita che so cosa voglia dire, avere paura, essere confusi e paralizzati emotivamente, non volersi alzare dal letto ed essere demoralizzati. Aggiungo inoltre che ad un certo punto è necessario agire. E’ necessario informarsi , chiedere aiuto. Anche io non sapevo a chi rivolgermi, allora ho provato e ho sperimentato. Sono anche andata da chi invece dopo averlo consultato mi faceva stare più male, ho dato retta alla mia intuizione e ho carcato altrove. Ho provato formatori, coach, counselor, psicoterapeuti. Ho consultato chi mi faceva stare bene. Ho letto. E finalmente ho trovato chi grazie ai suoi stimoli e ai suoi input mi ha chiarito molte cose. Ma, e dico ma, ci ho messo del mio! La mia volontà di capire e di sentirmi meglio! Ovvero la motivazione interna. Cosa voglio? Si tenta e si fallisce, si ritenta e si rifallisce. Non si demorde. Ci soo molti ciarlatani in giro è vero. Ma c’ è anche chi ama con passione il suo lavoro, ed ecco che si rivelano guide. “Se io non posso aiutarti, ti manderò da uno che ne sa più di me.” E da qui parte il fare Rete. Io per esempio che mi sto formando in Art-Counseling so per certo che se intuirò che non potrò aiutare chi mi chiede una consulenza, lo invierei. Lo fanno tutti? No, cercano il guadagno. Ecco la differenza di chi fa qualsiasi lavoro. Qual’ è la motivazione che ti spinge a fare quello che fai? Per me, Sarah, è la Missione, lo Scopo, il Senso, che mi sono data in questa Vita. Il senso nelle cose, nel lavoro, nelle materie, dopo esserci informati sta a noi darlo. La domanda madre poi è, qual’ è la MOTIVAZIONE! Bisogna fare una cernita delle informazioni. Bisogna consultarsi, confrontarsi. Io le persone, giuste per me, le ho trovate, non mi sono arresa e ho dato retta al mio intuito. “Come mi fa sentire questa persona, questo operatore?” C’ è molta frustrazione in giro, questo bisogna capire. C’ è molta rabbia e voglia di avere tutto subito. Come le stagioni sono 4, in ogni cosa c’ è un tempo. Ci vuole pazienza. Ci vuole fiducia. Bisogna ricominciare ad affidarsi. Un abbraccio Amleta. E’ un piacere confrontarmi con te. Ti do del Tu. 😉

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